L'urto tra l'auto dei carabinieri e
lo scooter su cui viaggiava Ramy Elgaml, il 19enne morto al
termine di un inseguimento lo scorso novembre, "non può essere
avvenuto in prossimità del palo semaforico, bensì poco prima
dell'intersezione, quando i veicoli erano affiancati". È questa
la conclusone a cui è giunto l'ingegnere Matteo Villaraggia,
incaricato come consulente dei familiari del giovane assistiti
dall'avvocata Barbara Indovina, sottolineando che se la moto non
fosse stata urtata, "magari" avrebbe proseguito "mediante una
traiettoria rettilinea", senza quindi schiantarsi contro il palo
all'angolo tra via Ripamonti e via Quaranta.
Una ricostruzione diversa da quella tracciata dall'ingegnere
Domenico Romaniello per conto della Procura di Milano, secondo
il quale invece non sarebbe avvenuto "alcun urto preliminare"
nella zona non coperta dalle telecamere, come ipotizzato nella
relazione della polizia locale.
Per Villaraggia "l'urto tangenziale, di lieve entità, non ha
generato nell'immediatezza una caduta del motociclista e del suo
passeggero, bensì una variazione di traiettoria (verso
sinistra)". A quel punto la frenata messa in atto da Fares
Bouzidi, l'amico 22enne che si trovava alla guida dello scooter,
"ha generato una perdita di controllo del motociclo e la
successiva caduta".
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